E se il compromesso fosse, alla fine, il vero quesito della vita?
Ogni giorno ci svegliamo e iniziamo a negoziare. Negoziamo con il tempo, con gli altri, con le aspettative del mercato e, soprattutto, con noi stessi.
Nel diritto, nell’arbitrato e nella mediazione, il compromesso ha una dignità altissima e indispensabile. Gli articoli 806, 807 e 808 del Codice di Procedura Civile (c.p.c.) ne tracciano i confini: la legge riconosce alle parti la facoltà di far decidere da arbitri le controversie (art. 806), ne impone la forma scritta a pena di nullità (art. 807) e permette persino di stabilire preventivamente una clausola compromissoria per blindare le liti future (art. 808).
In questo ambito, saper trovare un accordo è sinonimo di forza, pragmatismo, intelligenza strategica e, soprattutto, di civiltà. La mediazione è lo strumento che conosciamo a cui “l’umanità politica” ricorre per sanare conflitti internazionali e porre fine, si auspica, a guerre prive di ogni senso umano — e chissà a quale prezzo e compromesso. Chi siede al tavolo di una negoziazione sa che governare il conflitto significa preservare la convivenza, il valore e la vita stessa. Qui, il compromesso è un’arte codificata e nobilissima.
Ma fuori dalle aule dei tribunali ordinari o di quelli “privati” — come le Camere Arbitrali, luoghi di decisione e non di semplice trattativa — la musica cambia. Il compromesso è così nobile?
La trappola del “quieto vivere”
Nella vita quotidiana, il compromesso viene spesso contrabbandato per buon senso. Ma c’è una linea sottile che separa la flessibilità dal cedimento. In quel momento, il compromesso diventa forse una debolezza? Una lenta sottomissione camuffata da diplomazia?
Quando iniziamo a trattare sui nostri valori fondamentali, sulla nostra integrità o sulla nostra identità pur di evitare lo scontro, non stiamo più mediando, ma stiamo forse svendendo un pezzo della nostra anima?
L’indisponibilità della verità
L’Art. 806 c.p.c. stabilisce un limite invalicabile anche per la legge e per l’arbitrato stesso: non si può fare compromesso su controversie che abbiano per oggetto i “diritti indisponibili”. E quali sono questi diritti indisponibili? I diritti non negoziabili di primaria importanza sia per l’individuo che per l’intera società.
Questa regola giuridica è la più straordinaria metafora della nostra dignità, sia personale che professionale. Nel lavoro di analisi e diagnostica, dove opero come terzo imparziale, questa regola è un pilastro etico assoluto. Mentre il commercio vive di trattative e accordi di comodo, perciò tutto è negoziabile la scienza ,— che non è soggetta a trattabilità — si fonda su un’oggettività tecnica , il dato, la prova, e non esistono frazioni di tolleranza o compromessi.
Nella vita di tutti i giorni il compromesso è un continuo quesito, ma per la legge è una regola.
DUNQUE IL QUESITO
Tre punti di riflessione che ovviamente non sono una novità, ma che per chi si trova a operare come terzo super partes rappresentano quesiti di costante equilibrio o squilibrio.
IL COMPROMESSO
🟡 Dipende dal contesto: indispensabile nei contratti (ex artt. 806-807-808 c.p.c.) e nelle decisioni arbitrali, rischioso nel privato.
🔴 È una debolezza: chi cede sui propri valori fondamentali si svende.
🟢 È una forza: saper mediare è l’unico modo per convivere ed evolvere.