C’è una sensazione, o forse la pacata certezza, di una profonda mancanza di cultura nei confronti del gioiello.
Figlio d’arte sono cresciuto nel momento di massima espansione del settore, un’epoca in cui si vendeva e si comprava di tutto. Dall’oggetto più stravagante a quello più raffinato, è stato un momento magico. Il consumatore ha sostenuto l’arte, la manodopera e la cultura italiana, permettendo loro di emergere fino a ottenere quel riconoscimento che oggi tutto il mondo ci invidia: il Made in Italy. Anno dopo anno, è stata costruita una proposta solida, una prospettiva concreta che ha permesso a noi, allora giovani e motivati, di seguire le orme dei nostri padri.
E oggi?
Oggi siamo al lumicino di un settore che rischia di spegnersi, privato di prospettive e di vera arte. Siamo stati venduti ai migliori offerenti, dalla Cina alla Russia, passando per gli Stati Uniti e la Francia. Usanze e costumi diversi non possono pretendere di costruire e di avere il Made in Italy nel proprio DNA.
Ma noi sappiamo bene che il Made in Italy non è solo arte: è un modo di vivere, che va dal gusto per il consumo al profumo stesso della nostra quotidianità. Qualcosa che loro non possono nemmeno immaginare. Non possiamo metterci in coda dietro a chi non sa nulla di tutto questo, a chi non ha vissuto e sentito sulla propria pelle il vero sentimento italiano.
Non ci sarà rinascita senza riconoscere che le multinazionali del settore non stanno facendo nulla per valorizzare la manodopera italiana, quella del vecchio e saggio orafo che, anche dal nulla, è capace di realizzare l’irrealizzabile con gusto e sopraffina manifattura.
Questo sistema sta imponendo meccanismi standardizzati, dove l’obiettivo è isolare l’eccellenza artigiana per ridurla a protocolli aziendali. Ci vogliono tutti schierati come soldatini del Risiko, alla mercé di una burocrazia consolidata che tutela la finanza e non l’individuo. E in questo gioco, l’essere umano è rimasto l’unica pedina destinata a perdere.

madeinitaly
Il vuoto del lusso autoreferenziale: perché il mercato ha bisogno di cultura, non di vanità
Nel panorama economico e sociale contemporaneo, e in particolare in